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Viaggio a Istanbul

 

Sono stata ad Istanbul alcuni anni fa. Di ritorno dal mio breve viaggio di quattro giorni, avevo annotato le mie impressioni sul mio vecchio blog Saffron and Pepper.

All’epoca fummo “vittime” di una carica della Polizia proprio nella via dello shopping, cosa che mi procurò uno spavento senza eguali. Tuttavia Istanbul mi è rimasta nel cuore.

Era da molto tempo che desideravo visitare Istanbul. Tanti amici me ne avevano decantate le bellezze. In verità non sapevo davvero cosa aspettarmi da questa città e sono partita alla ricerca di qualcosa.
Se vorrete un giorno recarvi ad Istanbul, vi segnalo una guida sorprendente, puntuale e piena di poesia: “Costantinopoli” di Edmondo De Amicis. Lo so, per parecchi di noi il nome di De Amicis è legato a ricordi di infanzia. Chi da bambino non ha letto il libro “Cuore” e si è commosso con i suoi racconti? Ebbene De Amicis è stato anche un eccezionale reporter di viaggi e “Costantinopoli” ne è un esempio straordinario. La sua lettura mi ha fatto comprendere tante cose che altrimenti non avrei neppure notato.

cover
Certamente quattro giorni sono pochi per respirare pienamente l’atmosfera di Istanbul, ma possono essere un buon inizio per apprezzarne cultura e architettura.
De Amicis la descrive come una città cosmopolita, residenza e luogo di incontro di stranieri da tutta l’Europa, centro culturale e culla di una civiltà antica.

moschea blu

Ancora adesso questo antico splendore è presente nella grandiosità delle Moschee, in particolare della Mosche Blu, dal colore delle ceramiche che la decorano al suo interno.
Aya Sophia, che Ataturk ha regalato a tutti facendola diventare un museo dopo che era stata Basilica e poi Moschea, ci lascia a bocca aperta per la sua enormità e per i suoi magnifici mosaici in corso di restauro.

aya sophia

L’antico lascia lo spazio al moderno: mezzi pubblici moderni ed efficienti. Controlli rigidissimi all’aeroporto dove , tuttavia, non vige ancora il divieto di fumo.
La passeggiata sul Bosforo ci ha offerto dei panorami mozzafiato grazie anche alle splendide giornate che ci hanno accompagnato.

bosforo

Il Gran Bazar è un vero e proprio labirinto. Occorre una mappa per poterlo percorrere senza perdersi. All’interno si può trovare di tutto, anche se la mia cronica incapacità di saper e voler contrattare mi ha impedito di fare acquisti.

grand_bazar_istanbul

Immagine da www.tourasticoistanbul.com

Nella città vecchia moltissime sono le donne velate, molte di più di quanto avrei mai immaginato. La giornata è scandita dal richiamo alla preghiera dei muezzin che risuona in tutta la città. Gli uomini si avvicinano velocemente alle moschee e si purificano con l’acqua delle fontane poste al di fuori. In alcune non c’è posto all’interno così sono costretti a pregare all’aperto, ma sempre con lo sguardo rivolto alla Mecca. Intorno la città si muove, vive. Venditori di simit ad ogni angolo di strada. Ci rinfreschiamo con una spremuta di melograno.

simit

Immagine da www.turkijevisumonline.nl

Le pasticcerie sono colme di prelibatezze a base di miele, talmente belle da vedere che quasi non si vorrebbe mangiarle.
Topkapi ci trasporta in un mondo lontano, quello dei sultani e le loro incommensurabili ricchezze. Ammiriamo il famoso pugnale tempestato di diamanti e smeraldi e il famoso diamante del cucchiaio.
Un fascino particolare è offerto dall’harem.

harem1

Mi sorprendo al pensiero che queste stanze siano state abitate dalle concubine del sultano fino all’inizio del secolo scorso.

harem

Ambienti sontuosi, che tuttavia mi lasciano l’amaro in bocca così come quelli abitati dagli eunuchi.
[Gli eunuchi] Ma vi sono altri esseri, a Costantinopoli, che fanno più compassione dei cani, e son gli eunuchi, i quali, come s’introdussero fra i turchi malgrado i precetti formali del Corano che condannano questa infame degradazione della natura, sussistono ancora, malgrado la legge recente che ne proibisce il traffico, poichè è più forte della legge la scellerata avidità dell’oro che fa commettere il delitto, e l’egoismo spietato che se ne vale. Questi disgraziati s’incontrano ad ogni passo nelle strade, come s’incontrano, ad ogni passo nella storia. In fondo a ogni quadro della storia turca, campeggia una di queste figure sinistre, colle fila d’una congiura nel pugno; coperto d’oro o intriso di sangue, vittima, o favorito, o carnefice, palesemente od occultamente formidabile, ritto come uno spettro all’ombra del trono, o affacciato allo spiraglio d’una porta misteriosa. Così per Costantinopoli, in mezzo alla folla affaccendata dei bazar, tra la moltitudine allegra delle Acque dolci, fra le colonne delle moschee, accanto alle carrozze, nei piroscafi, nei caicchi, in tutte le feste, in tutte le folle, si vede questa larva d’uomo, questa figura dolorosa, che fa colla sua persona una macchia lugubre su tutti gli aspetti ridenti della vita orientale. Scemata l’onnipotenza della corte, è scemata la loro importanza politica, come rilassandosi la gelosia orientale, è diminuita la loro importanza nelle case private; i vantaggi del loro stato son quindi molto scaduti; essi non trovano più che assai difficilmente nella ricchezza e nella dominazione un compenso alla loro sventura; non si trovano più i Ghaznefer Agà che consentono alla mutilazione per diventar capi degli eunuchi bianchi; tutti sono ora certamente vittime, e vittime senza conforti; comprati o rubati bambini, in Abissinia od in Siria, uno su tre sopravvissuti al coltello infame, e rivenduti in onta alla legge, con una ipocrisia di segretezza, più odiosa d’un aperto mercato. Non c’è bisogno di farseli indicare, si riconoscono all’aspetto. Son quasi tutti d’alta statura, grassi, flosci, col viso imberbe e avvizzito, corti di busto, lunghissimi di gambe e di braccia. Portano il fez, un lungo soprabito scuro, i calzoni all’europea e uno staffile di cuoio d’ippopotamo, che è l’insegna del loro ufficio. Camminano a lunghi passi, mollemente, come grandi bambini. Accompagnano le signore a piedi o a cavallo, davanti e dietro le carrozze, quando uno, quando due insieme, e rivolgono sempre intorno un occhio vigilante, che al menomo sguardo o atto irriverente di chi passa, piglia un’espressione di rabbia ferina che mette paura e ribrezzo. Fuor di questi casi, il loro viso o non dice assolutamente nulla, o non esprime che un tedio infinito d’ogni cosa. Non mi ricordo d’averne visto ridere alcuno. Ce ne sono dei giovanissimi, che par che abbiano cinquant’anni; dei vecchi, che sembrano adolescenti invecchiati in un giorno; dei molto pingui, tondi, molli, lucidi, che sembrano enfiati o ingrassati apposta come bestie suine; tutti vestiti di panni fini, puliti e profumati come damerini vanitosi. Ci sono degli uomini senza cuore che passando accanto a quei disgraziati li guardano e ridono. Costoro credono forse che, essendo così come sono fin dall’infanzia, non comprendano la loro sventura. Si sa invece che la comprendono e che la sentono; ma se anche non si sapesse, come si potrebbe dubitarne? Non appartenere ad alcun sesso, non essere che una mostra d’uomo; vivere in mezzo agli uomini e vedersene separati da un abisso; sentir fremere la vita intorno a sè, come un mare, e dovervi rimanere in mezzo, immobili e solitarii come uno scoglio; sentire tutti i propri pensieri e tutti i sentimenti strozzati da un cerchio di ferro che nessuna virtù umana potrà mai spezzare; aver perpetuamente dinanzi un’immagine di felicità, a cui tutto tende, intorno a cui tutto gira, di cui tutto si colora e s’illumina, e sentirsene smisuratamente lontani, nell’oscurità, in un vuoto immenso e freddo, come creature maledette da Dio; essere anzi i custodi di quella felicità, la barriera che l’uomo geloso mette fra i suoi piaceri ed il mondo, il puntello con cui assicura la sua porta, il cencio con cui copre il suo tesoro; e dover vivere tra i profumi, in mezzo alle seduzioni, alla gioventù, alla bellezza, ai tripudi, colla vergogna sulla fronte, colla rabbia nell’anima, disprezzati, scherniti, senza nome, senza famiglia, senza madre, senza un ricordo affettuoso, segregati dall’umanità e dalla natura, ah! dev’essere un tormento che la mente umana non può comprendere, come quello di vivere con un pugnale confitto nel cuore. E questa infamia si sopporta ancora, questi sventurati passeggiano per le vie di una città d’Europa, vivono in mezzo agli uomini, e non urlano, non mordono, non uccidono, non sputano in viso all’umanità codarda che li guarda senza arrossire e senza piangere, e fa delle associazioni internazionali per la protezione dei gatti e dei cani! La loro vita non è che un supplizio continuo. Quando le donne non li trovano arrendevoli ai loro intrighi, li odiano come carcerieri e come spie, e li torturano con una civetteria crudele, sino a farli diventar furiosi o insensati, come il povero eunuco nero delle Lettere persiane quando metteva nel bagno la sua signora. Tutto è sarcasmo per loro: portano dei nomi di profumi e di fiori, per allusione alle donne di cui sono custodi: sono possessori di giacinti, guardiani di gigli, custodi di rose e di viole. E qualche volta amano, gli sciagurati! perchè in loro delle passioni sono spenti gli effetti, non le cause; e son gelosi, e si rodono e piangono lagrime di sangue; e qualche volta, quando uno sguardo procace si fissa in volto alla loro donna, e s’accorgono che è corrisposto, perdon la ragione e percuotono. Al tempo della guerra di Crimea un eunuco diede una frustata in viso ad un ufficiale francese, e questi gli spaccò il cranio con una sciabolata. Chi può dire che cosa soffrano, come li desoli la bellezza, come li strazii un vezzo, come li trafigga un sorriso, e quante volte mentre al loro orecchio arriva il suono d’un bacio, la loro mano afferra il manico del pugnale! Non è meraviglia che nel vuoto immenso del loro cuore non attecchiscano per lo più che le passioni fredde dell’odio, della vendetta e dell’ambizione; che crescano acri, mordaci, pettegoli, pusillanimi, feroci; che siano o bestialmente devoti o astutissimamente traditori, e che quando sono potenti, cerchino di vendicarsi sull’uomo dell’affronto che fu fatto in loro alla natura. Ma per quanto siano intristiti, sentono sempre nel cuore il bisogno prepotente della donna, e poichè non possono averla amante, la cercano amica; si ammogliano; sposano delle donne incinte, come Sunbullù, il grand’eunuco di Ibraim I, per avere un bambino da amare; si fanno un arem di vergini, come il grand’eunuco di Ahmed II, per avere almeno lo spettacolo della bellezza e della grazia, l’amplesso affettuoso, un’illusione d’amore; adottano una figliuola per aver un seno di donna su cui chinare la testa quando son vecchi, per non morire senza sapere che cos’è una carezza, per sentire nei loro ultimi anni una voce amorosa dopo aver sentito per tutta la vita il riso dell’ironia e del disprezzo; e non son rari quelli che, arricchiti alla corte o nelle grandi case, dove esercitano insieme l’ufficio di capi degli eunuchi e d’intendenti, si comprano, vecchi, una bella villetta sul Bosforo, e là cercano di dimenticare, di sopire il sentimento della propria sventura nell’allegrezza delle feste e dei conviti. Fra le molte cose che mi furon dette di questi infelici, una mi è rimasta viva più di tutte nella memoria; ed è un giovane medico di Pera che me l’ha raccontata. Confutando gli argomenti di chi crede che gli eunuchi non soffrano: – Una sera, – mi disse, – uscivo dalla casa d’un ricco musulmano, dov’ero andato a visitare per la terza volta una delle sue quattro mogli malata di cuore. All’uscire come all’entrare m’aveva accompagnato un eunuco gridando le solite parole: – donne, ritiratevi! – per avvertir signore e schiave che un uomo era nell’arem, e che non dovevano lasciarsi vedere. Quando fui nel cortile, l’eunuco mi lasciò, ed io mi diressi solo verso la porta. Nel punto che stavo per aprire, mi sentii toccare il braccio, e voltandomi, mi vidi dinanzi, così tra il chiaro e lo scuro, un altro eunuco, un giovanetto di diciotto o vent’anni, di aspetto simpatico, che mi guardava fisso con gli occhi umidi di lagrime. Gli domandai che cosa voleva. Titubò un momento a rispondere, poi m’afferrò una mano con tutt’e due le mani, e stringendomela convulsivamente mi disse con una voce tremante, in cui si sentiva un dolore disperato: – Dottore! Tu che sai un rimedio per tutti i mali, non ne sapresti uno per il mio? – Io non so dire quello che produssero in me queste semplici parole; volli rispondere, mi mancò la voce, e non sapendo nè che fare nè che dire, apersi bruscamente la porta e fuggii. Ma per tutta quella sera e per molti giorni dopo, mi parve di vedere quel giovane e di sentir quelle parole, e più d’una volta dovetti far forza a me stesso per non piangere di pietà. – O filantropi, pubblicisti, ministri, ambasciatori, e voi, signori deputati al Parlamento di Stambul e senatori della mezzaluna, levate un grido, in nome di Dio, perchè questa sanguinosa ignominia, questa orrenda macchia dell’onore umano, non sia più nel ventesimo secolo che una memoria dolorosa come le carneficine della Bulgaria(Costantinopoli, Edmondo De Amicis)
Il mercato del pesce risuona dei richiami dei pescatori che invitano all’acquisto. I ristoratori escono per comprare al momento il pesce che abbiamo chiesto di mangiare.
E poi tutto intorno venditori di Kebab. Ne prendiamo due al prezzo di tre lire turche. Una cifra ridicola per tanto gusto!
Proviamo una cena ottomana in un vecchio e famoso ristorante che prende il nome da un famoso pittore turco: Rami Uluer. L’atmosfera decadente mi ricorda l’Orient Espress.

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Poi attraversiamo il ponte di Galata e ci affacciamo nella Istanbul moderna.
Istiklal Kaddesi è una via pedonale attraversata da un vecchio tram.

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Immagine da Google  

Ci si arriva prendendo la funicolare che si ferma a Tunel. Su entrambi i lati ci sono i negozi, gran parte dei quali li possiamo trovare ormai in tutto il mondo. E’ l’occasione per fermarsi in un caffè a bere un bicchiere di çai, il tè turco che tutti sorseggiano in qualsiasi ora del giorno.

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Immagine da Google

Inaspettatamente ci troviamo in mezzo ad una manifestazione non autorizzata di curdi. La polizia ha una reazione per noi, e molti altri a passeggio, inaspettata: disperde la folla con gli idranti, gas lacrimogeno e spari in aria. Corriamo anche noi e ci rifugiamo in un palazzo, non riuscendo a capire cosa sta accadendo e con la gola irritata dal gas. Usciamo qualche minuto dopo, è finito tutto, la folla è stata dispersa la polizia si ritira e noi chiediamo in giro cosa è accaduto. Sembra che questo sia il metodo per reprimere le manifestazioni non autorizzate. Un libraio ci dice:”Noi abbiamo la democrazia, ma non si manifesta senza permesso, la polizia ha fatto bene!” . A noi sembrava qualcosa di più grave, scene da G8 a Genova, per la verità, ma tutti ci assicurano che non è niente di grave e che accade spesso. La vita riprende come se nulla fosse accaduto, il viale si riempie per gli acquisti. Chi è appena arrivato non sa neppure cosa è accaduto! Per la verità io ho avuto una paura pazzesca. Eppure la nostra guida ce lo aveva detto: se non andate nella città nuova non assaporerete la vita di un abitante di Istanbul!

La paura quando passa ci mette una gran fame e il desiderio di riposare le gambe che sembrano pesantissime. Per la scelta del ristorante ci fidiamo dei turchi e entriamo in un locale da loro frequentato. Sicuramente non un posto da turisti. Ottimo kebab e una gustosa pizza turca.
Riprendiamo la nostra passeggiata verso il Pera Palace Hotel, lì dove Agatha Christie passò il suo tempo insieme a tanti personaggi noti del primo Novecento.

Pera_Palas_Hotel_Istanbul_2

Immagine da Wikipedia

Purtroppo lo abbiamo trovato chiuso per restauro, ma per mostrare i suoi anni di splendore, fuori sono state allestite delle gigantografie di Ataturk in abiti eleganti e in occasioni ufficiali.
Facciamo qualche acquisto, in particolare tè turco, dolci e i bicchierini per il tè, che in questi giorni ho visto ad ogni angolo di strada. Mi ha colpito l’agilità degli uomini che in mezzo alla folla vagano con i vassoi ricolmi di bicchieri di tè!
E’ ora di partire. L’aereo ci riporta a casa, ma non affievolisce il mistero di questa città

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7 Comments

  1. Carlo says

    Ci sono stato anni fa, ero un ragazzo in vacanza con i propri genitori, per questo mi piacerebbe tornarci e riassaporarla oggi. Però ricordo quanto rimasi affascinato dal gran bazar, un luogo unico. Poi i thè, i narghilè, le moschee, è una città fantastica.
    Saluti
    Carlo

      • Carlo says

        Purtroppo ora dobbiamo combattere questo male,speriamo si risolva in fretta.

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